The Sandman, perché la serie Netflix non è per tutti

I toni malinconici e riflessivi di Morfeo sono molto distanti dall'immaginario classico di un adattamento fumettistico.

The Sandman, perché la serie Netflix non è per tutti
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Lo sapevamo fin dall'annuncio che l'operazione The Sandman sarebbe stata difficile, riversando nelle giuste motivazioni a sostegno della complicatezza anche le più grette paure legate a Netflix, una piattaforma streaming spesso criticata per il voler rendere appetibili (e vendibili) anche le storie più cupe e sfaccettate. Il risultato finale, che vi raccontavamo nella recensione di The Sandman, ha di fatto messo a tacere le visioni sconfortanti dei pessimisti, e probabilmente quello visto sui piccoli schermi è l'adattamento migliore che si poteva ottenere da uno dei fumetti più famosi ed eccentrici di sempre. Certo, ampie sezioni del contesto concettuale creato da Neil Gaiman sono state abbandonate in favore di una narrazione più lineare, ma questo è un difetto imputabile al passaggio di medium, perché la serialità ha bisogno di un fondamento condiviso da tutte le puntate, nonostante gli show antologici esistano e riscuotano un discreto successo (uno di questi ve l'abbiamo descritto nella recensione di Roar).

Le attenzioni maggiori sono state rivolte all'accoglienza da parte degli appassionati lettori di Gaiman, utilizzando il loro consenso come bussola per esprimere un giudizio positivo o negativo sul lavoro di Netflix, eppure quasi nessuno ha pensato allo spettatore "ignorante": com'è The Sandman per chi non ha mai letto, né sentito parlare, dell'opera magna a fumetti? La risposta non è affatto semplice né univoca, ma possiamo sbilanciarci affermando che la serie Netflix non è affatto costruita per piacere a tutti.

Toni pacati

Guardando alle numerosissime proposte televisive e cinematografiche tratte dai fumetti, un primo approccio a The Sandman potrebbe invogliare l'utente medio ad immaginare la serie Netflix volare sui ritmi concitati e frenetici visti, per esempio, in Daredevil o The Umbrella Academy (trovate qui la recensione di The Umbrella Academy 3), ma questo sarebbe un errore imperdonabile: l'azione, sia nell'opera originale di Gaiman che in quella proposta sui piccoli schermi, è cerebrale e immaginifica fino all'estremo, non è mai fisica e lambisce i confini del reale per affiorare nel Mondo dei Sogni.

Da questo punto di vista è encomiabile il lavoro svolto dagli sceneggiatori, i quali hanno abbracciato questa visione narrativa costruendo intorno ad essa un protagonista estremamente pacato, che non strepita né si dispera, conscio dei propri poteri così come delle debolezze e sospinto da una tranquilla ed educata verbosità. Allo stesso modo i personaggi secondari dell'opera sembrano ispirati da figuranti teatrali, il contatto fisico è quasi inesistente e la propensione al soliloquio dilata i tempi fino a sfiorare un'amorevole sonnolenza, come se l'Uomo della Sabbia volesse cullarci nel mondo reale per trasportarci e concludere il discorso nel regno dei sogni descritto dalla serie. La macchina da presa si sposta con movimenti stranianti, spesso obliqui e irrealistici, immaginando il punto di vista di un uccello curioso, mentre la computer grafica ricrea scenari maestosi distorcendone le estremità, rendendoli così simili agli edifici di fantasia che immaginiamo nei nostri sogni. Il contesto è volutamente notturno, sia sul piano visivo che su quello dei contenuti, mentre una colonna sonora lenta ed orchestrale accompagna con pacatezza anche le scene più grafiche e violente, condensando in pochi istanti un fantasy fortemente atipico e spesso criptico, ma dall'indubbio fascino concettuale.

Il contesto schiacciante

Non è però solo tranquilla questa serie Netflix, perché sotto una superficie così calma si nasconde una trama desolante nella quale non sembra esserci salvezza per nessuno. Ogni singolo personaggio viene privato di qualcosa: una persona amata, il dominio di se stesso o la propria umanità, scoprendo ben presto che non c'è modo di recuperare ciò che è perso.

Lo show supervisionato da Gaiman sceglie di non osservare troppo a lungo i dolori di queste persone, ma le abbandona mentre in loro monta la disperazione e lascia allo spettatore l'incombenza di immaginare il prosieguo delle loro esistenze svuotate, tenendo ben saldo The Sandman su un binario di malinconica tristezza. Oltre la straniante cornice visiva e concettuale, la serie Netflix reimmagina esseri provenienti da un numero molto elevato di culture e religioni diverse senza curarsi di descriverle, ma pretendendo una conoscenza pregressa degli stessi da parte di chi osserva. Forse questa modalità di presentazione non risulta particolarmente riuscita, perché sebbene alcuni riferimenti siano auto-esplicativi (quantomeno per il pubblico occidentale), altri rischiano di perdersi in un anonimato che non meritano affatto. L'esempio più lampante risiede nel viaggio all'inferno di Morfeo, perché il sottotesto legato a Lucifero e al suo passato da angelo perfetto non sfuggirà di certo a chi mastica il cristianesimo, ma la stessa chiarezza non illumina la lilim che accompagna l'astro del mattino: Mazikeen è una delle figlie di Lilith, il demone della tempesta proveniente dalla cultura mesopotamica ed in seguito assorbito dal folklore ebraico.

Nel viaggio di Sogno trovano spazio tanti altri personaggi descritti dai miti e dalle culture più disparate, riprende dalla cultura ellenica anche i rapporti familiari della divinità del sonno sempre considerandoli scontati, e costruendo in questo modo una cornice narrativa estremamente ampia e in via definitiva appagante, ma apprezzabile solo in virtù delle conoscenze pregresse dello spettatore. Appare dunque chiaro come la proposta Netflix di The Sandman sia stata fedele nel voler trasportare sullo schermo un fumetto orgogliosamente atipico, dando forma ad una serie tv che si evolve nel dominio del sogno e caratterizzata da un contesto mitologico sfaccettato, che per questo potrebbe incontrare le reticenze di un pubblico desideroso di storie più semplici.