The Walking Dead: nascita di un fenomeno seriale

Com'è nato lo show di Frank Darabont tratto dai fumetti di Robert Kirkman e com'è diventato una delle serie più amate della storia del medium.

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Probabilmente non vedremo il finale di The Walking Dead 10 prima di quest'autunno. Nonostante ciò, anche in questa stagione gli ascolti della serie sono stati ottimi, sebbene lontani dai fasti del passato. È singolare però che in pochi si interroghino sul come e perché un genere così di nicchia come quello zombie, che dalla fine degli anni Sessanta ha raccolto un fedelissimo seguito di proseliti, sia diventato negli ultimi dieci anni uno dei fenomeni più apprezzati dal pubblico a livello mondiale.

Merito senz'altro di George Romero, al quale dobbiamo la rappresentazione dei non morti per come la conosciamo. Un dovuto plauso va sicuramente a Robert Kirkman, che attraverso il fumetto è riuscito a rivoluzionare il genere. Ma se oggi ricordiamo i momenti migliori di The Walking Dead e siamo tutti curiosi di sapere come e quando tornerà Rick Grimes, il merito di tutto ciò va ricercato nel demiurgo che ha decretato il successo della serie AMC. Stiamo ovviamente parlando di Frank Darbont.

Frank chi?

Questa è la domanda legittima che i meno appassionati della serie e del medium cinema in generale potrebbero porsi. Basterà però citare Le Ali della Libertà per far accendere qualche lampadina in più ed aggiungere che gli adattamenti di Darbont delle opere di Stephen King sono tra i più riusciti. Chi non si è commosso guardando la sua versione de Il Miglio Verde o è rimasto affascinato dall'inquietante The Mist.

Questo è Frank Darabont, ma il suo rapporto con il mondo dell'horror e del brivido affonda le radici ben prima di questi successi.Dobbiamo infatti fare un passo indietro, nel 1987 per l'esattezza, quando il nostro stava scrivendo la sceneggiatura di Nightmare 3: I Guerrieri del Sogno, nella quale già allora cercò di andare oltre gli stereotipi dell'horror di quegli anni, facendo sopravvivere due ragazzi di colore, il cui destino in quel genere di pellicole era sempre stato una sorta di topos narrativo.

Ma è proprio con The Mist che Darbont raccoglie alcuni degli stimoli e del know-how necessari per far fare all'opera di Kirkman il grande salto dal fumetto al piccolo schermo. Nell'adattare il racconto di King, Darabont si confronta con il talento di Greg Nicotero, vero e proprio guru degli effetti visivi, la cui sterminata filmografia parte proprio da Romero per arrivare a creare il look spaventoso ed inconfondibile degli zombie di The Walking Dead, della quale ha assunto anche il ruolo di produttore esecutivo, nonché di regista - con risultati alterni - di più di trenta episodi della serie.

Ma non è solo l'incontro con Nicotero a dettare il destino di alcuni aspetti della serie. Anche parte del cast di The Mist confluirà poi in The Walking Dead in ruoli irrinunciabili. Se non fosse per quel film oggi non avremmo Melissa McBride nei panni Carol, come non avremmo avuto Laurie Holden in quelli di Andrea o Jeffrey DeMunn in quelli di Dale.

Dal fumetto alla tv

Darabont è sempre stato affascinato dalle storie che mostrano il potenziale degli individui in circostanze eccezionali - non a caso l'ispirazione per lo stesso The Mist è stata La Notte dei Morti Viventi di Romero - e probabilmente The Walking Dead era destinato ad diventare un fenomeno globale proprio a causa sua. Il regista, da appassionato del fumetto, ne vedeva il potenziale in un adattamento televisivo, così scrisse il proprio progetto, presentandolo senza successo a diversi network - tra i quali HBO - e trovando finalmente casa in AMC, che cavalcava l'onda del successo di Mad Men e di Breaking Bad e si era accorta della particolare congiunzione astrale che aveva portato ad una tale assonanza tra il progetto e la fama, la passione e la competenza nel genere da parte di Darabont.

The Walking Dead sembrava insomma tagliato su misura per il regista di origini francesi. L'errore che non bisogna però commettere è pensare che il suo sia stato un apporto meramente strumentale alla serie. Perché è grazie a Darabont che la trasposizione live action del fumetto di Kirkman ha il caratteristico stile visivo e il mood amati dai fan della serie. Tutto questo è costato cinque lunghi anni di lavoro, che sono culminati in quello che tutt'oggi è uno degli episodi pilota più riusciti a livello di world building e di consenso di critica e pubblico. E il discorso vale anche per tutta la prima stagione di The Walking Dead, concepita come un lungo film di sei ore, quattro delle quali sono state scritte da Darabont.

Il suo sbaglio, a posteriori, è forse stato quello di pensare troppo in grande, illudendosi di poter mantenere i fasti di quell'esperimento nelle successive stagioni. Nonostante il successo della serie, la disponibilità di AMC a finanziare uno show su larga scala si è rapidamente ridimensionata, pretendendo tagli al budget e location meno variegate per poter risparmiare sui costi e - qui sta il punto cruciale della questione - rinnovandola per una seconda stagione di tredici, destinati poi ad aumentare a sedici nelle stagioni successive. L'illusione di Darabont di riuscire a mantenere la monumentale scala cinematografica della prima stagione si ridimensionò così ben presto, nonostante il successo in termini di audience fosse destinato a salire vertiginosamente nel corso degli anni.

Lo strappo tra Darabont e AMC

Le cose non andavano per il verso giusto tra AMC e Darabont, ma c'è da chiedersi se il suo progetto di raccontare la storia in meno episodi, ma con più budget, avrebbe funzionato meglio alla luce dei risultati. Visto il trend degli ultimi anni di altre serie che hanno favorito il discorso quality over quantity, è più che probabile. Ma le cose non andavano per il verso giusto anche su altri fronti, come dimostra la causa tra il regista e il network che gli è valsa un riconoscimento economico milionario e il credit di creatore della serie anche dopo il suo licenziamento, avvenuto nel 2011.

D'un tratto infatti, Darbont iniziò ad inviare email minatorie pesantissime, addirittura con raccapriccianti minacce di morte nei confronti degli sceneggiatori e della troupe. La ragione emerge chiaramente dalle parole dello stesso regista: "Ognuna di queste e-mail è stata inviata perché è apparso un "professionista" la cui pigrizia, indifferenza o incompetenza ha minacciato di affondare la nave di produzione e ha aggiunto un onere ingiusto e non necessario ai colleghi nel cast e nella troupe. Il mio tono era il risultato dello stress e della grandezza di questa straordinaria crisi. La lingua e l'iperbole delle mie e-mail erano dure, ma lo erano anche le circostanze. Per quanto riguarda gli enormi problemi che descrivono, sostengo queste e-mail fino all'ultimo dettaglio.".

Insomma, il clima tra il creatore della serie, il network e coloro che dovevano mettere in scena la sua visione non era certo dei migliori. A Darabont era stato chiesto di produrre i 13 episodi della seconda stagione ad un budget inferiore rispetto a quelli della prima, mentre AMC si intascava gli incentivi per filmare nello Stato della Georgia, senza reinvestirli nella produzione. La versione ufficiale di AMC descrive la gravosità del compito di showrunner, lontana dall'esperienza cinematografica di Darabont, unita alla chiusura nei confronti di aiuti da parte della produzione, motivi che hanno portato al suo licenziamento. Il tempo ha però dimostrato - soprattutto nelle ultime stagioni - che la visione della serie per la quale Darabont si batteva, probabilmente, era quella giusta.

Nonostante il successo della serie negli anni successivi, la presenza di troppi episodi cuscinetto si è fatta sentire e la qualità di The Walking Dead ne ha a sua volta risentito, senza più raggiungere i livelli di omogeneità della prima stagione. Di certo il cambio di registro ha avuto i suoi effetti anche a partire dalla seconda stagione, con DeMunn che, per protesta, ha richiesto l'uccisione del personaggio di Dale ed è per questo motivo che uno degli storici protagonisti della serie non sopravvive alla sua controparte cartacea.

Le vie del successo

Tutto questo non ha però impedito a The Walking Dead di raggiungere un successo inimmaginabile, con risultati altalenanti che vedono comunque la prima stagione trionfare nell'apprezzamento della critica, merito soprattutto di una storyline non sempre all'altezza, ma ben gestita dagli showrunner successivi, di protagonisti credibili, interpretati il più delle volte da ottimi attori, di alcune scelte brillanti - come l'inserimento e lo sviluppo del personaggio di Daryl, assente nel fumetto - e, in ultima istanza, di un focus che sfrutta i non morti per parlare delle profonde divergenze dell'animo umano in situazioni dove l'umanità è tutto ciò che ci resta; ma questo è soprattutto merito di Kirkman e dell'impostazione data da Darabont.

Quando tutti questi elementi riescono ad unirsi in alchimia, The Walking Dead ottiene i risultati migliori ed è un vero peccato che non conosceremo mai gli effetti del mancato apporto di Darabont alle stagioni successive. Ciò che resta di lui è il merito di aver instradato la serie sulla giusta strada, permettendo ad un genere di nicchia di diventare un fenomeno globale senza precedenti, trasformando The Walking Dead in una delle serie fondamentali della storia della televisione.