Vikings: Athelstan e Heahmund, il lato cristiano

Athelstan e Heahmund sono personaggi accomunati dallo stesso percorso, ma hanno avuto impatti ben differenti nel mondo norreno.

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Sono diverse le componenti che hanno reso Vikings una delle migliori e più apprezzate serie storiche degli ultimi anni. Tanto fondamentale quanto lapalissiano risulta un'ambientazione e in generale una cultura generalmente non sfruttate in maniera estesa nel mondo seriale nonostante il loro immenso fascino, a cui spesso sono state preferite altre tematiche, in primis l'ideale e la figura del pirata (Crossbones, Black Sails) o intriganti periodi della storia britannica (The Tudors, Reign). L'eccellente gestione dell'intreccio narrativo, seppur con qualche sbavatura ormai endemica, è uno di quegli ingredienti operanti un po' sottotraccia ma che incidono fortemente sulla riuscita del prodotto, sorretta oltretutto da una mole enorme di possibilità e di direzioni da esplorare. Ma tutto ciò avrebbe davvero una rilevanza esigua senza dei personaggi memorabili e scritti egregiamente, un punto su cui la serie di History non solo non fa difetto, anzi. Abbiamo visto una sorta di deus ex machina che per anni ha regnato incontrastato (e il cui spettro ancora si aggira nelle vicende della serie), quel Ragnar che da solo potrebbe innalzare di varie tacche la qualità complessiva di tanti prodotti o salvarli addirittura dal baratro. Abbiamo visto un personaggio femminile tra i più forti, profondi e al contempo delicati mai visti sul "piccolo" schermo. Abbiamo visto un visionario costruttore di barche legato morbosamente alle divinità del pantheon norreno. Insomma, il cast non manca, ricco e variegato al punto da poter rivaleggiare con chiunque, senza partire sconfitto.

Athelstan e l'impatto della fede

Un'aggiunta in particolare ha, tuttavia, fatto intravedere, sviluppare e in seguito esplodere fragorosamente le qualità di Michael Hirst nella costruzione dei personaggi: il monaco Athelstan, rapito da Ragnar durante un'incursione in Inghilterra dal monastero di Lindisfarne, che ha segnato l'inizio del rapporto più intenso e insolito dell'intera serie. Tra le potenzialità insite nell'ambientazione vichinga c'era la possibilità di giocare in infiniti modi con la contrapposizione tra questo mondo di fieri guerrieri e quello cristiano, più mansueto, mai domo o privo di ambizione come dimostra il meraviglioso re Ecbert, però sicuramente più quieto e dedito alla trasmissione della cultura.
E non era possibile trovare un'idea più brillante della venuta di Athelstan e della sua croce perennemente appesa al collo per sfruttare questa miniera d'oro. Un banale schiavo riportato da una banale razzia, nulla di nuovo o di anormale. Ragnar, tuttavia, divorato dalle sue chimere e dalla sua insaziabile curiosità, non riesce a trattenersi e inizia a conversare con lui, fino a salvarlo addirittura dalla morte.

L'impatto che un semplice uomo di fede ha sull'eroe vichingo è formidabile, specialmente a causa di uno stile di vita ferreo e dettami di fede a suo parere incomprensibili e restrittivi, così come al monaco appaiono immorali, barbare e semplicistiche le usanze e credenze di un popolo devastatore. Un primo impatto che non frena nessuno dei due, il cui rapporto prospererà e influenzerà sempre di più le scelte dell'altro. Athelstan metterà costantemente in dubbio le cosiddette verità che regolavano la sua vita e prenderà parte ad alcune razzie, ricevendo il suo battesimo di sangue. Ragnar, d'altro canto, pur senza abbandonare la sua natura, si avvicinerà alla fede cristiana, riceverà il battesimo e arriverà persino ad amare (a modo suo) un amico che non lo abbandonerà mai, dando luce a delle scene meravigliosamente strazianti quando si ritroverà da solo, forse l'avvenimento che ha segnato l'inizio della sua decadenza. Allora Vikings diventa qualcosa di molto più grande, di molto più sublime, di molto più stimolante e intimo di una semplice serie storica qualsiasi fatta di battaglie o puri intrecci politici, grazie a una mossa in apparenza piuttosto secondaria o quantomeno poco appariscente, ma in realtà decisiva e maestosa.

Heahmund: repetita iuvant?

Non ci sarà nulla di sbagliato, quindi, nel tentare di replicare tale successo, avrà pensato il buon Hirst. Peccato che il risultato, per adesso, non sia nemmeno lontanamente paragonabile e il vescovo-guerriero Heahmund, sequestrato da Ivarr dopo essere stato sconfitto, venga nebulizzato dal suo "predecessore". Uno degli aspetti più curiosi riguardo la prima tranche della quinta stagione è stata proprio l'introduzione di questo personaggio dalla fede incrollabile, vittima dell'identico percorso e dunque destinato alla stessa funzione di Athelstan, deciso a sterminare quanti più pagani possibile, anche a costo di combattere nella loro guerra civile, insulsa ai suoi occhi. La premessa è di pregevole fattura, ma qualcosa non sta andando nel verso giusto.
Il gioco di confronti nel caso di Heahmund non sta funzionando perché non si riesce ancora a farlo affiorare da un guscio reso coriaceo dalla piattezza e dalla monodimensionalità. Non c'è curiosità da parte di Ivarr prima e Lagertha poi nel comprendere o esplorare il suo punto di vista, non c'è stato interesse nell'indagare più approfonditamente la sua vita o le ragioni della sua condotta amorale, seppur ligia al dovere. È stato perfino introdotto come cliffhanger al termine della quarta stagione, un monito per proclamare a pieni polmoni e a tutti gli spettatori che lui avrà un ruolo fondamentale, purtroppo non ancora intravisto, sommerso anche dalle spasmodiche aspettative. C'è un'infinità di tempo per porre rimedio e sviluppare una personalità intrigante ma relegata ai margini dell'intreccio, un corpuscolo estraneo che non riesce a trovare la sua collocazione ideale, fino al punto alienante da dover constatare la sostanziale superfluità della sua presenza.