Watchmen 1x05 Recensione: Little Fear of Nothing, un gioco di Specchi

Una vertiginosa impennata spinge in avanti tutte le trame imbastite finora da Damon Lindelof nel nuovo episodio della sempre più coinvolgente serie HBO.

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Dopo i tanti flirt, rimandi, strizzatine d'occhio e aggiornamenti nei confronti della serie originale di Alan Moore e Dave Gibbons visti negli scorsi episodi, con Little Fear of Nothing il sequel di Watchmen di Damon Lindelof per la prima volta si tuffa davvero nel 1985 della pubblicazione DC Comics: nello specifico l'atterraggio di questo tuffo avviene esattamente tra la fine del capitolo 11 e l'inizio del capitolo 12, come se Lindelof abbia voluto scrivere un intermezzo che legasse insieme quelle pagine magistrali e indimenticabili.
La scusa per farlo è il racconto delle origini di Specchio, il detective mascherato interpretato da Tim Blake Nelson, per il quale in questa puntata vengono accese le luci della ribalta in base alla formula da "stand-alone" tipica di The Leftovers, e già utilizzata nella serie (leggi qui la Recensione di Watchmen 1x03).

La sua mente, già descritta come una alquanto diversa dal normale, viene irreparabilmente mandata in frantumi (termine scelto non a caso, vista l'affiliazione del protagonista con gli specchi) dall'onda psichica sprigionata dalla famosa invasione extradimensionale, che noi sappiamo essere un elaborato e machiavellico inganno di Adrian Veidt.
E, finalmente, Lindelof userà il personaggio, "morto e risorto" nella casa degli specchi, in grado di percepire le sensazioni degli altri, per svelare il più grande gioco di prestigio della Storia.

Careless Whisper

La mancanza di sussurri spontanei di cui cantava George Michael nell'indimenticabile Careless Whisper diventa uno splendido leitmotiv non solo riarrangiato magistralmente nel corso di tutto l'episodio, ma anche un varco nella mente del suo protagonista: segnato da quella terribile esperienza dell'autunno di metà anni '80, Specchio fa della diffidenza il suo superpotere, e quale destino più beffardo, per uno che ha passato tutta la vita a temere una cosa e una soltanto, scoprire improvvisamente che quella cosa non è mai esistita?

Anche questa puntata di Watchmen è giocata sul ruolo preponderante che la fede ha nella vita di un uomo ("Datemi un po' di religione", esclamerà Laurie). Non dal punto di vista religioso, bensì da quello sociale e politico: le uniche cose in cui Glass ha sempre creduto sono il suo lavoro e il suo governo, la stabilità che entrambi gli hanno dato nel corso della sua tribolata esistenza, eppure queste vengono a mancare nel momento in cui la Settima Cavalleria gli rivela la verità (tramite la figura del senatore Keene).

Per il protagonista la rivelazione arriva come una secchiata d'acqua gelida, ma Lindelof accompagna gradualmente lo spettatore verso la verità per tutta la sceneggiatura. Il malfunzionamento dell'allarme di attacchi extra-dimensionali che vessa la quotidianità del personaggio di Tim Blake Nelson (e che ricorda un po' i continui problemi che Gufo Notturno aveva alla serratura del suo appartamento) simboleggia questo suo innato senso di perenne paranoia, e la scelta di rinunciarci nell'ultima scena non è solo una chiosa ad effetto ma soprattutto un taglio col passato, e quindi una risoluzione metaforica.

Agghiacciante Simmetria

In questo senso sono lodevoli gli sforzi che il personaggio compie per aiutare gli altri, illustrati benissimo da Lindelof in una scena che non può non far pensare a quella vista a fine aprile in Avengers: Endgame con Steve Rogers, Joe Russo e Jim Starlin: la sfida per Specchio è cercare di vendere una bugia al fine di migliorare le vite degli altri, facendosi araldo di un messaggio in cui lui per primo non riesce a credere (in modo simile ma opposto a Veidt, che invece nella sua menzogna aveva grande fiducia e della quale soprattutto ha fatto un vanto personale).

E a proposito di Veidt: se l'episodio ci fa intuire che anche la Settima Cavalleria ha dei piani specifici per l'utilizzo dei wormhole, la sbalorditiva e a dir poco sinistra sequenza sulla Luna di Giove con protagonista il personaggio di Jeremy Irons continua a ribaltare le aspettative e le teorie sugli obiettivi del sempre più imprevedibile Ozymandias.
Più che ad Alessandro Magno, nel Watchmen di Damon Lindelof, Adrian Veidt è molto vicino alla figura di Napoleone Bonaparte, esiliato in questa grande e verdeggiante magione ottocentesca che è praticamente la sua personale Elba, ma se dallo scorso episodio (qui la recensione di Watchmen 1x04) era lecito ipotizzare che l'uomo più intelligente della Terra volesse utilizzare il buco nel cielo per fuggire dalla proprietà, dopo questa puntata siamo costretti a rivalutare questa teoria.

Del resto, a giudicare dalle sue reazioni, pare evidente che il villain già sapesse dove sarebbe andato a finire una volta catapultatosi nel wormhole, e soprattutto che i cadaveri dei suoi servitori-cloni non fossero stati lanciati dall'altra parte del Sistema Solare per degli esperimenti, ma per svolgere un ultimo, inquietante compito.
Lasciare un messaggio su suolo extraterrestre usando per scriverlo i cadaveri dei suoi morti è una grande rappresentazione della filosofia alla base del personaggio, uno che ha già ammassato montagne di corpi per il conseguimento dei propri ideali, e la scena in questione in qualche modo chiude il cerchio aperto con la sequenza del prologo della puntata, nella quale Ozymandias non compare direttamente, ma le cui azioni sono comunque determinanti.

Per certi versi c'è il suo zampino anche nel fato di Angela, le cui pillole Nostalgia sono l'evoluzione di un famoso brand di profumi creato proprio dalla Veidt Enterprises negli anni '80, come ricorderanno i fan più accaniti del fumetto originale: purtroppo non possiamo anticiparvi nulla a proposito delle conseguenze dell'assunzione di quelle pillole, quindi per il momento ci limitiamo a darvi appuntamento alla prossima settimana, quando sarà online la recensione di This Extraordinary Being.