Watchmen, la recensione dell'episodio 1: al via la serie di Damon Lindelof

Analizziamo nel dettaglio il primo episodio della nuova serie HBO creata e scritta dallo showrunner Damon Lindelof.

recensione Watchmen, la recensione dell'episodio 1: al via la serie di Damon Lindelof
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Inizia nel 1921 Watchmen di Damon Lindelof, scavallando con la prima scena i tempi e le note di calendario imposte dal Watchmen di Alan Moore e dimostrando fin da subito la volontà e il coraggio non solo di confrontarsi con l'opera originale, fra i più importanti pezzi di letteratura americana del ‘900, ma anche quella di volersene discostare con affetto, di voler trovare la propria strada e raccontare la propria storia.
Come un ragazzo ambizioso deciso ad uscire per sempre dall'ombra ingombrante di un padre illustre, Watchmen 2 - o Watchmen HBO, magari - guarda a ciò che è stato non solo per imitarlo, ma addirittura per aggiornarlo, migliorarlo, renderlo adatto al pubblico di oggi: e non è un caso che già dalla primissima scena si parli di pubblico, di bambini e di padri e di fonti di ispirazioni, di un'arte visiva (il cinema muto, ma anche il fumetto) che diventa audiovisiva in una carrellata che travalica tempi e spazio identica a quella tramite la quale, nel prologo del capolavoro The Leftovers 2, dalla preistoria si arrivava al presente usando come luogo geografico di riferimento un bacino naturale.
La finestra temporale qui non è così ampia ma il movimento di macchina è lo stesso, e il risultato ugualmente ficcante: spaesamento, curiosità, mistero.

Chi sorveglia i sorveglianti

Mentre la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, caustica e irritante, stride e disturba l'immagine visiva, Lindelof ci mostra le rivolte che nei primi scampoli di anni venti misero a ferro e fuoco la cittadina di Tulsa, Oklahoma: oltre a ricordarci che il mondo di Watchmen è lo stesso in cui viviamo noi (gli eventi di Tulsa accaddero davvero e avranno per Watchmen 2 la stessa importanza che il Vietnam ebbe per il Watchmen originale) la sequenza presenta una famiglia di afroamericani chiamata a destreggiarsi fra scene di guerriglia urbana nella quale i neri vengono cacciati dai bianchi come bestie.

I temi sui quali lo sceneggiatore vuole interrogarsi e dei quali vuole parlarci attraverso il suo nuovo progetto sono già tutti qui: differenza di classe, razzismo, supremazia bianca e religione, con chiari echi biblici ispirati alla figura di Mosè nella maniera cui il bambino viene nascosto in una cassa dai suoi genitori.
Infine c'è quello della memoria, affidato in maniera diegetica ad una lettera che avrà un ruolo importantissimo per quel bambino (ma chi è quel bambino?) e che simboleggia un memento mori terribile, un cancro, un virus destinato a durare per decenni che arriverà ad infettare il presente.

Ed è nel presente che, dopo il prologo, It's Summer And We're Running Out Of Ice inizia davvero: la grande idea visiva delle auto della polizia coi fanali rossi e gialli introduce un mondo diversissimo da quello di Tulsa 1921, ma per certi versi identico: l'integrazione è ancora un miraggio, forse ancor peggio una menzogna, una maschera che la società indossa per potersi guardare allo specchio.

A mezzanotte, tutti gli agenti

Siamo in un presente retrofuturista che sembra fermo alla metà degli anni '80, quando un essere extradimensionale uccise mezza New York ma costrinse anche USA e Unione Sovietica a firmare l'armistizio, salvando paradossalmente l'umanità intera da un olocausto nucleare che sembrava inevitabile.
Oggi, nel 2019, di quell'invasione aliena rimangono tracce nell'atmosfera, con sporadiche piogge di esseri tentacolari nati morti e molto più disgustosi che pericolosi, Robert Redford è il presidente degli Stati Uniti (appare in una foto nella scena ambientata in classe, quando ci viene introdotto il personaggio di Regina King) col mandato più lungo di sempre (va avanti dal 1992) e le macchine elettriche dominano le strade dell'Oklahoma grazie ai progressi tecnologici dovuti all'avvento del Dottor Manhattan, che negli anni '70 causò il crollo della General Motors.

Soprattutto il concetto di maschera, nato nel Dopo Guerra con Giustizia Mascherata e i Minuteman (come ci ricorda la pubblicità di un programma televisivo intitolato American Hero Story) si è esteso scavalcando le proprie origini: in base al decreto Keene i vigilanti mascherati sono ancora fuorilegge, ma ora è la legge a doversi nascondere.

In un ribaltamento totale del concetto di identità segreta, Lindelof ci dice che il reazionismo ha conseguenze dirette che vanno pagate: per proteggere la società da se stessa i poliziotti, figli della generazione che protestò a Washington e scioperò per bandire i "supereroi", oggi devono non solo indossare maschere e fingere di svolgere altri lavori (trasformando così il corpo di polizia di stato in una vera e propria società di vigilanti) ma anche attenersi a delle lentissime, estenuanti e politicamente correttissime regole d'ingaggio che rischiano di impedire la tempestività necessaria a sventare un crimine, o addirittura a salvarsi la vita.
Si tratta di un concetto fortemente democratico, calato però in una società schierata di molto a destra: un cortocircuito particolarmente interessante che dice molto sulla fallacia di un'America divisa a livello sociale, politico e legislativo, ma anche sulle abilità da world-builder di Damon Lindelof.

Unforgettable

La stella da sceriffo che apre l'episodio lo chiuderà anche, in una splendida citazione al Watchmen originale mescolata ad altri rimandi biblici ispirati alla fine di Giuda Escariota: anche avendo già visto i primi sei episodi non possiamo rivelare nulla sull'identità dell'anziano individuo mostrato nell'ultima sequenza - forse alcuni di voi l'avranno visto definirsi Dottor Manhattan nei trailer promozionali diffusi da HBO - ma possiamo di certo concentrarci sui personaggi vecchi e nuovi introdotti in questo episodio.

Tra decine di easter-egg (lo stesso Dottor Manhattan su Marte, Dollar Bill, l'autobiografia Under the Hood di Hollis Mason, la tazza da Gufo Notturno, le pillole di cianuro e tante altre, compresi alcuni rimandi al Watchmen di Zack Snyder ... che assumerà anche maggior rilevanza, ma per ora taciamo in proposito), Lindelof propone un ottimo mix di vecchio e nuovo con Angela Abraham alias Sister Night, il commissario Judd Crawford e Looking Glass, rispettivamente dei Regina King, Don Johnson e Tim Blake Nelson in stato di grazia. Insieme a loro Pirate Jenny (interpretata da Adelaide Clemens) e Red Scare (Andrew Howard), vigilanti integrati al corpo di polizia di Tulsa le cui riunioni sono presiedute da un Panda (il grottesco che irrompe nel quotidiano è tipico della poetica di Lindelof).

In tutto questo due grossi collegamenti diretti all'opera di Moore, col movimento sovversivo noto come Settima Cavalleria ispirato al Rorshach e al suo Diario, che viene utilizzato come il Vangelo, e un Adrian Veidt isolato in una magione circondata dal verde nella quale la sua intelligenza in questi anni è aumentata di pari passo con l'acuirsi della sua vena sociopatica.
Come si legheranno questi elementi insieme? E chi è e cosa vuole il vecchio e misterioso assassino di capitani di polizia? Prima di farci prendere la mano e iniziare a parlare di passaggi ancora inediti, sulle note di Unforgettable che musicavano la morte del Comico nel film del 2009 e che tornano splendidamente in questa puntata vi diamo appuntamento alla prossima settimana con la recensione del secondo capitolo del Watchmen 2019, intitolato Martial Feats of Comanche Horsemanship.