Watchmen e la società moderna tra tendenze e distopie

L'espansione dell'Universo di Moore e Gibbson ad opera di Damon Lindelof porta con se una critica interessante alla contemporaneità.

speciale Watchmen e la società moderna tra tendenze e distopie
Articolo a cura di

Nel suo voler essere un'imponente e seminale opera di decostruzione della figura del supereroe, il monumentale Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbson si dilungava anche con estrema competenza sull'eterna dicotomia tra bene e male, giusto e sbagliato, portandosi dietro una critica alla dualità etica e morale della società dell'epoca. Nel 1987, anno d'uscita del fumetto, la lente d'ingrandimento di Moore analizzava con precisione le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda, sfruttando la paura dell'olocausto nucleare e la ciclicità dell'odio umano nella storia addirittura come punto di partenza e poi di svolta della trama.

Moore scandagliava la moralità del mondo e dell'eroe, rendendo quelli umani fragili, dubbiosi e violenti, mentre il solo "asceso" al ruolo effettivo di supereroe era un automa dominato dalla sola ragione, libero da ogni aspetto etico. Per l'autore la società umana era sostanzialmente insalvabile e dava l'arrivo di una terza e sconosciuta parte come estrema e unica soluzione, mediata da morte e terrore,. Nella sua espansione dell'Universo narrativo in Watchmen della HBO, Damon Lindelof si sofferma in modo ugualmente distopico ma concettualmente dissimile sulla società moderna, in lettura critica e analitica della contemporaneità.

Distopia privativa

In un aspetto, in particolare, questo sequel-apertura del mondo di Watchmen diverge dall'acclamata opera originale: le maschere. I vigilantes sono banditi della società ormai da decenni e c'è un'elite del FBI pensata proprio per catturare i "furbetti in spandex e mantello" che ancora non hanno chiara la situazione. L'ordine, per come la vede Lindelof, non è compito degli Watchmen ma della polizia, che però è stata colpita nel vivo da questo nuovo risorgimento del pensiero alla Rorschach, perpetrato da un gruppo mascherato che si fa chiamare The Seventh Cavalry, richiamando alla mente l'operato poliziesco anti-indiani dell'omonimo reggimento costituito nel 1866 dall'esercito degli Stati Uniti d'America.
Alla base dell'idea dell'autore di Lost e The Leftovers c'è l'analisi sociologica e civile dei trigger scatenanti del razzismo, tanto che location e personaggi principali non agiscono in metropoli come New York o Los Angeles ma nell'Oklahoma, a Tulsa per la precisione, che nel 1921 è stata teatro di quelli passati alla storia come i Disordini Razziali di Tulsa.

La serie si apre proprio mostrando quei tragici e sanguinosi eventi che hanno in parte segnato la storia della lotta ai diritti civili del Paese, attestando sostanzialmente il focus tematico del progetto, le fondamenta concettuali dello show.

Concentrandosi comunque su di un'evoluzione brillante e sistematica dell'universo watchmeniano e traslandone sensibilità e distopie in età moderna, Lindelof crea un 2019 alternativo tanto figlio dell'opera di Moore quanto della sua acuta critica, privando in sostanza il mondo dello strumento d'unione e condivisione supremo (Internet) e dei mezzi più pratici per utilizzarlo (pc, smartphone), rimuovendo di base quello che in molti potrebbero oggi considerare il connubio perfetto per la cultura e la coltura dell'odio, dell'indignazione e delle fake news.

Maschera è legge?

Pur modificando storia e sviluppo tecnologico, però, i problemi sociali e razziali continuano ad esistere, dandoci modo di ragionare sull'innata tendenza all'odio insista nell'umanità. Nel caso specifico, comunque, Lindelof lega questo discorso e questa critica allo sviluppo della trama, cercando di approfondire anche l'elemento della deriva plenipotenziaria della polizia davanti ai disordini civili moderni, concedendogli anonimato.
L'autore rende la maschera non mero orpello da giustizieri, al di fuori della legalità, ma legge a tutti gli effetti, strumento di protezione di quello che considera uno dei beni più grandi e violati dei nostri giorni: l'identità. Dietro questa dissertazione artistica e creativa, comunque, Lindelof inserisce gli strumenti critici necessari per spacchettare la compressione ideologica della Maschera Legge e Maschera Nemica in quelli che sono i due lati differenti ma quasi sovrapponibili della contemporaneità sociale. Non sempre dietro la legge si nasconde la giustizia e non sempre dietro una rivolta si cela solo odio.

Le linee etiche sono sempre e comunque sottili e la storia non perde tempo a dimostrarlo, tanto che lo sceneggiatore intuisce quanto alla base della decostruzione del supereroe di Moore ci sia in realtà una decostruzione morale dell'uomo e delle strutture comunitarie occidentali, dove l'estrema e polarizzata neutralità del bianco e del nero non esiste ma vige invece la supremazia del grigio.

La tendenza odierna è quella di cercare di spostarsi a tutti i costi verso una delle due parti polarizzate, senza comprendere l'inutilità dello sforzo utopico e l'inconsistenza dello stesso, non esistendo eroe smacchiato dal peccato o cattivo senza ragioni da lui considerate valide. In un simile contesto, l'errore più grande che si possa commettere è quello di credere che le gocce di sangue smetteranno di cadere su spille sorridenti o distintivi immacolati, perché dietro l'emblematica positività dell'oggetto si nasconderà quasi sempre una scomoda verità celata. Anche questa dietro una maschera.