Westworld: dal chambara al western e ritorno

Il quinto episodio di Westworld, ambientato nel giappone feudale, ci ricorda il legame indissolubile tra western e cinema di samurai.

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Arrivati a metà stagione, Westworld si allontana dalle sue solite desolate lande del west per offrirci un'esperienza nuova, più violenta, fatta di ninja e katane. Atteso praticamente da due anni, "Akane no Mai" è l'episodio che finalmente ci porta a Shogunworld, la porzione di parco dedicata al Giappone del periodo Edo, quello dei samurai, le geisha, i daimyo e i vagabondi ronin. Il mondo degli shogun ci viene mostrato attraverso una soluzione narrativa controversa e criticabile, ricalcando gli avvenimenti dell'episodio pilota in salsa giapponese, scoprendo così come ciascuno degli host protagonisti della serie possieda una controparte nipponica. La trovata suona certamente tra il furbetto e lo svogliato, al contrario però non solo solleva ironicamente il problema della produzione creativa di massa, fatta di scadenze da rispettare, una mole di lavoro impressionante, e una conseguente carenze di idee - Lee Sizemore ci illumina con una semplice battuta, "Prova a scrivere trecento storie in una settimana" - ma ci dà l'occasione per ribadire ancora una volta quanto i mondi di cowboy e samurai, soprattutto cinematograficamente parlando, siano strettamente legati, con sviluppi e influenze reciproche che risalgono sino agli albori dei generi.

Il Giappone al tempo degli shogun

Chambara in giapponese significa letteralmente "combattimento con la spada", l'atto del duellare all'arma bianca, con le tipiche e iconiche spade giapponesi a farla da protagoniste. Il termine a metà del Novecento ha assunto per lo più il compito di identificare una specifica forma del jidaigeki, il dramma in costume, ambientato in determinati e caratteristici periodi della storia giapponese, principalmente l'era Tokugawa. Il jidaigeki era basato su una formula narrativa ben precisa, fatta di convenzioni strutturali, estetiche e tematiche, che andavano da un uso arcaico della lingua al classico make-up di scena, tutto eyeliner e improbabili acconciature. Erano produzioni votate al racconto di un'epoca, di una certa società, cambiando il punto di vista a seconda del protagonista, che poteva essere un samurai, un contadino, un brigante, un politico o lo shogun stesso. Nel frattempo in America era in atto una svolta epocale.

Le rosse ombre del western

Dei banditi irrompono nell'ufficio telegrafico di una stazione, assaltano un treno, ne requisiscono il carico e con la locomotiva si lanciano in una fuga disperata. Finiranno poi per perdere la vita in uno scontro a fuoco con la polizia. È il 1903, e The Great Train Robbery segna l'esordio del cinema western. Il mito del vecchio West, della frontiera, dell'eroica lotta dell'uomo contro la natura, dei buoni contro i cattivi che gli spettacoli di Buffalo Bill avevano lanciato, trova la sua massima concretizzazione con il cinema, l'immagine in movimento che meglio di tutte le altre forme espressive poteva rappresentare l'azione dello scontro. Starà poi a registi come John Ford canonizzare il genere e renderlo immortale. Diligenze, duelli finali, eroi vendicativi, prostitute redente e storie d'amore, Ombre Rosse, probabilmente il capolavoro di Ford, redige una grammatica, ispira il mondo e fa di John Wayne una superstar.

Le spade di Akira

A ridosso della Seconda guerra mondiale, l'esposizione e l'influenza del western americano erano così imponenti da portare alcuni autori giapponesi a una svolta più dinamica ed action dei propri racconti. Da qui appunto la nascita del chambara, il cinema dei samurai. Uno su tutti fu il regista capace di capitalizzare gli insegnamenti del western americano per trasformare il jidaigeki in un tipo di cinema mondiale, apprezzabile anche dagli occidentali: Akira Kurosawa. Prendendo spunto dagli americani, Kurosawa accentuò l'azione e il dinamismo, fino ad arrivare a estreme e stilizzate vette di violenza che i western non erano in grado di immaginare. Fece dei samurai il corrispettivo dei cowboy, eroi in lotta con un destino crudele, arrivando, con il sodalizio con Toshiro Mifune, al delineamento del ronin, dell'eroe solitario, lontano dalle influenze della politica, povero, armato della sua sola spada e di un senso di giustizia incredibile. Pellicole come La sfida del samurai stabiliscono topos che elevano l'eroe schivo senza nome e di poche parole a modello da seguire. I sette samurai, opera magna di Kurosawa, definisce canoni narrativi essenziali per lo sviluppo del cinema d'azione moderno, dal reclutamento degli eroi al background del protagonista.

Rapporto circolare

Quello tra cowboy e samurai è un rapporto biunivoco, fatto di mescolamenti, influenze reciproche, un rapporto ciclico. Così come il western ha trasformato il jidaigeki, allo stesso modo il chambara impone le sue innovazioni sul cinema occidentale. I sette samurai, pilastro del cinema giapponese, è la base de I magnifici sette, caposaldo del nuovo corso western. Così come i paladini solitari interpretati da Mifune sono l'estrema ispirazione per il simbolo del western nostrano, dove Sergio Leone fa di Clint Eastwood un ronin d'America nella sua Trilogia del Dollaro. Ed ecco che dopo questo lungo percorso ritorniamo, come in un cerchio, ad "Akane no Mai" che prima di tutto vuole essere un grande omaggio alla storia del cinema, un omaggio a quel rapporto prolifico e straordinario che ci ha regalato delle icone immortali.