Westworld: in difesa della Stagione 2, aspettando i nuovi episodi

Un'analisi d'appoggio alle qualità di una stagione controversa e divisiva che ha saputo comunque mantenere alto il livello stilistico e narrativo.

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Ciò che ha reso immediatamente riconoscibile Westworld nel mare magnum della peak tv è stato il suo prodigioso senso della narrazione e dello storytelling. In un 2015 in cui assistevamo in Italia al lancio di Netflix e all'inizio della grande imposizione del binge watching o del modello 8 hour movie su quello prettamente seriale, la creatura televisiva di Jonathan Nolan e Lisa Joy contribuiva a portare avanti un discorso d'evoluzione dell'intreccio su piano settimanale. Ha catturato l'attenzione dei fan invogliandoli a seguirla con curiosità e costanza lungo i suoi primi dieci episodi, che hanno visto parallelamente alla messa in onda la nascita di forum dedicati, topic su Reddit e un confronto attivo sulle varie teorie in gioco.

La prima stagione di Westworld è stata un evento proprio come fu Lost: piani temporali sfasati, molti personaggi, tante dinamiche e relazioni sullo scacchiere, confronti, rivelazioni, ribaltamenti. Una grande novità gestita perfettamente sotto qualsiasi punto di vista, tecnico, stilistico o interpretativo, che ha però lasciato spazio due anni dopo a una seconda stagione ritenuta sin dai suoi primi episodi non all'altezza, fiacca, formalmente persino ripetitiva e fin troppo derivativa. Ha diviso e molto, nel 2018, il secondo arco narrativo della serie HBO, che è stato forse ingiustamente maltrattato più del dovuto. Un'accoglienza in molti casi severa e figlia di un grande disappunto legato a doppia corda al peso di aspettative evidentemente elevate a una potenza differente, che non ci sentiamo di criticare e rispettiamo nella loro carica argomentativa. Ed è anzi proprio tramite l'argomentazione, attraverso pochi e mirati punti tematici e strutturali, che vogliamo in qualche modo porci a difesa di un prodotto che tanto concettualmente quanto coscienziosamente ha saputo a nostro avviso mantenere alto, coerente e significativo il livello di Westworld, pronto a tornare il 15 marzo con la terza stagione su Sky Atlantic.

La Porta

Nolan e Joy hanno reso chiara sin da subito l'esistenza di una precisa destinazione da raggiungere, intraprendendo un percorso narrativo figlio di una loro specifica logica del racconto che contempla un'evoluzione sostanziale delle dinamiche in gioco. Se nella prima stagione assistevamo allora al Labirinto, che era un arco espositivo dedicato alla ricerca dalla piena coscienza di sé da parte degli host (ma anche dei guest), in buona sostanza del risveglio del proprio Io, nella seconda stagione è stato introdotto e sviluppato il discorso della Porta, di un'apertura verso il Vero Mondo, di un'Eden dove vivere liberi dal dominio dell'Uomo, superiori e immortali (nella terza il tema sarà infatti Il nuovo mondo).
Nel passaggio tematico resta tutto incardinato magnificamente e non c'è argomento che non trovi spazio continuativo, già motivo che rende Westworld 2 un segmento ben calcolato e allineato al percorso di cui sopra, che dovrebbe concludersi alla quinta stagione. Da qui comincia poi a svilupparsi un disegno strutturale che senza tentare di imitare il percorso di rivelazioni della prima stagione decide di complicarsi ulteriormente, aumentando lo sfasamento della narrazione e lasciando che i piani temporali protagonisti della composizione vadano a intersecarsi più nel profondo, comunque con linee guida ben specificate.

Si passa a cinque o sei linee temporali che si intrecciano lungo tutta la storia, ideate e montate però in maniera diegetica al racconto, il che significa con un loro preciso scopo e non ai soli fini scenici. I ribaltamenti arrivano per questo più forti e inaspettati rispetto alla stagione precedente, perché i calcoli da fare sono più lunghi e articolati e c'è un significativo aumento dell'incrocio tra le parti. Westworld 2 ha una sintassi espositiva ragionata all'eccesso che prende di mira la pazienza dello spettatore, destabilizzandolo.

A volte sembra ripetersi e procedere lungo binari che, a prima vista, sembrerebbero voler solo diluire la narrazione, ma la verità è che tutto ha uno scopo e che dopo il risveglio dell'Io è necessaria un'analisi e un'evoluzione dello stesso. E la conseguenza diretta di una piena coscienza di sé è il cosa farsene, poi, di questa libertà, discorso che infatti Nolan e Joy prendono di petto tanto con Meave quanto con Dolores o Bernard. Ma anche con William, perché per lui si apre il gioco della Porta, questa volta con delle regole più ferree che lo portano a comprendere ancora più a fondo la parte più oscura della sua anima, dandogli un nuovo scopo da raggiungere.

The Valley Beyond

Della complessa linea narrativa ne guadagnano anche le varie relazioni tra i protagonisti, che hanno modo di confrontarsi molto più spesso e direttamente rispetto alla precedente stagione, che comunque resta tendenzialmente più equilibrata. Pur essendo traballante in alcuni passaggi e diverse decisioni, soprattutto nel corpo del racconto, che miscela non alla perfezione tante parti insieme a densità differenti, come dicevamo Westworld 2 sa regalare diverse sorprese e anche meno telefonate del primo arco. Certo, non sempre il fatto che qualcosa sia prevedibile è sinonimo di imperfezione, perché spesso significa che chi è riuscito ad anticipare la mossa dello sceneggiatore ha nella maggioranza dei casi approfondito tutti i dettagli visibili e nascosti che compongono un'opera, arrivando alla soluzione più coerente e intellettualmente onesta. Questo è quanto accaduto con la prima stagione di Westworld e che in molti non hanno capito essere accaduto anche nella seconda, perché fin troppo affaticati da quella destabilizzazione causata dall'eccesso espositivo.

Non solo è accaduto, ma Nolan e Joy hanno ricalibrato la cadenza dei plot twist adattandola alle intersecazioni delle varie timeline, scegliendo in particolar modo di dare meno indicazioni temporali e aumentando l'intreccio del montaggio. In tutto questo, per la seconda stagione di Westworld gli sceneggiatori hanno confezionato quello che è probabilmente il miglior episodio della serie finora, Kiksuya, ottava puntata dove scopriamo l'intera storia del capo della Ghost Nation, Akecheta (per approfondimenti vi rimandiamo all'intera timeline di Westworld).

Non solo un episodio profondamente emotivo e cucito addosso a un personaggio creduto meno importante del previsto, ma anche un modo per sondare ancora più nel profondo la coscienza di una mente artificiale, i suoi sentimenti, il flusso di ricordi che la rende sostanzialmente umana e anzi, migliore. E c'è anche Akane No Mai, che è la prima, vera dimostrazione della sconfinata grandezza dei Parchi della Delos grazie allo Shogun World, dedicato all'era del Giappone feudale e dove Meave è in grado di confrontarsi con una sorta di versione specchio di sé.

Capite bene come ci sia una concettualità insistita dietro a tutta queste scelte, che non danno a Westworld soltanto la continuità di cui parlavamo poco sopra, ma anche differenziazione, una diversa originalità e una retorica dei valori più ampia e stratificata.

Il flusso temporale, tematico e ambientale è quindi interamente modulato sulle sinuose note di un racconto dall'esecuzione volutamente macchinosa ma organica, che spingono con reale compattezza e armonia la serie verso La Valle al di Là, quello che effettivamente si rivela essere qualcosa di nuovo per i nostri host, il Nuovo Mondo. Ed è allora utile parlare di stagione di passaggio che ha saputo connettere due punti dello stesso percorso in modo tanto ingegnoso, certamente un pizzico derivativo ma sicuramente encomiabile.