Westworld e il western: la decostruzione del mito della Frontiera

WestWorld, l'acclamata serie tratta dal best-seller di Michael Chricthon, distrugge ogni cliché del genere western: scopriamo come.

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Cominciava sempre tutto nello stesso modo. Un cavallo, un cavaliere, che dall'orizzonte si avvicinava sempre di più, in una terra selvaggia ma dove la civiltà aveva il volto di piccole cittadine, che potevano essere accoglienti come ostili, dipendeva dalla storia, dalla versione.
Da John Ford a Sergio Leone, da Sam Peckinpah a John Sturges fino a Clint Eastwood, l'epica della conquista del West al cinema, ha stregato intere generazioni di spettatori, e ci ha mostrato differenti atmosfere, punti di vista ed anche ideali in gioco nella terra di Frontiera.

Naturalmente nella gran parte della cinematografia americana, fino agli anni della contestazione, vi era epica, gloria, ideali, il West come luogo in cui serviva una Colt per difendere gli inermi, ma in cui il Grande Paese veniva a formarsi. Una frontiera popolata di canaglie, mercenari, dove vendetta e furbizia la facevano da padrone, ma dove comunque sopravvive l'epica del bene e del male. Il western crepuscolare aveva aggiunto malinconia, violenza, aveva tolto phatos, si era concentrato sui personaggi, ci aveva mostrato un West impietoso, crudele, dove dominava la legge del più forte, dove bene e male sovente erano confusi. Qualcosa che è stato portato via via all'estremo negli ultimi decenni, dove il genere è andato incontro ad un progressivo iper-realismo. E poi arrivò Westworld.

Una terra senza eroi

Westworld, uscito nel 1973, tratto da un grande romanzo di Michael Chricton, aveva creato non poco scompiglio, utilizzando la figura mitica di Chris Adams (Yul Brynner nel mitico I Magnifici Sette) per creare un cattivo terrificante, un robot determinato a distruggere ogni essere umano.

Il tema del parco di androidi a tema western, con tutte le sue conseguenze, è stato recuperato dalla celeberrima serie di creata da Jonathan Nolan e Lisa Joy, che per ora con questa terza stagione sta sicuramente effettuando cambiamenti di enorme rilievo.
Basato sul film del 1973, sul sequel del 1976 e soprattutto sul romanzo, è innegabile che abbia guidato lo spettatore in un mondo a metà tra realtà e finzione, tra menzogna e verità, dove tuttavia ogni certezza, ogni pilastro del genere western è stato distrutto, ogni cosa a cui eravamo abituati si è trasformato in altro, coprendo il passato, rendendoci un'immagine molto più sofisticata di quei topoi che il cinema aveva costruito.

Lo Straniero Senza Nome

Sicuramente uno degli elementi più suggestivi è la decostruzione del ruolo de Lo Straniero Senza Nome, di quel personaggio cioè, che ha reso immortale Clint Eastwood ma che già era diventato popolare nel suo ruolo di giustiziere senza meta, grazie ad attori come Tom Mix, Alan Ladd, Charles Bronson, Kirk Douglas, Franco Nero, Burt Lancaster e Joel McCrea.

In Westworld invece, abbiamo il suo alter-ego, la sua nemesi, L'Uomo in Nero (Ed Harris), Straniero non solo Senza Nome ma anche senza pietà, che fa ciò che vuole di tutti quei personaggi, di quelle inconsapevoli vittime di una recita in cui non hanno alcuna possibilità di vincere.

Con orrore, seguiamo L'Uomo in Nero, mix tra i vari villain interpretati di volta in volta in tanti western da attori del calibro di Gian Maria Volonté, Lee Van Cleef, Jack Palance o Walter Houston. Ma sopratutto lo Yul Brynner del film del 1973.

Nella sua ricerca di qualcosa di "più profondo" o di vero (dal suo punto di vista), fa esattamente il contrario del dispensatore di giustizia della tradizione: dispensa morte, sofferenza, per quanto poi nella serie si evolva in qualcosa di diverso.
Ma non può che fare sensazione scoprire che da giovane egli era in realtà William (Jimmi Simpson) un cliente intenzionato a diventare per quella breve vacanza un eroe, riluttante e disgustato all'inizio, ma poi sempre più affascinato, tanto da convincere il suocero ad acquistarlo, addentrandosi sempre più dentro quel mondo. Un mondo dove cerca qualcosa di autentico, e non lo trova, perché il West che lui immagina non è mai esistito che al cinema, e lì nulla è vero, nulla è autentico: amore, odio, e paura sono solo creazioni.

E comincia a diventare il contrario di ciò che voleva essere. Diventa il West com'è stato veramente: un regno di violenza e caos, non la favoletta che ebbe John Wayne come ambasciatore. E di cui il povero Teddy Flood (James Marsden) assieme a William da giovane, è l'erede condannato alla sconfitta.

Addio alla damigella in pericolo

Uno degli aspetti più decostruttivi ed interessanti di WestWorld è sicuramente la figura femminile, la donzella indifesa (Dolores), la prostituta (Maeve e le altre) o le altre figure di cui solo poche hanno inizialmente forza letale, ma nessuna va al di là del cliché della fuorilegge o al massimo della rinnegata.

Ma tutto questo cambia: molto rapidamente infatti Dolores (Evan Rachel Wood) prende coscienza di chi è, di quanto la sua vita sia una menzogna e lo stesso fanno le altre, che smettono di essere damigelle da salvare, quel personaggio che bene o male era praticamente in tutti i western.

Diventano ribelli, forti, autonome, si muovono dentro e fuori dal loro universo, rivendicano ciò che vogliono della loro vita precedente, ma senza dimenticare chi ha fatto loro del male. Insomma, diventano loro stesse delle vendicatrici come lo erano stati gli uomini in decine e decine di film. Nei loro flashback, nella loro sete di vendetta, non possiamo non ritrovare Armonica, il grande personaggio di quel C'era Una Volta il West che spesso influenza una serie dove il potere ed il controllo, il rapporto tra violenza ed il suo fine, sono tanti importanti quanto lo erano nel capolavoro di Sergio Leone. Non serve più il Principe Azzurro, nella frontiera.

Le "Razze inferiori"

Westworld si è mosso anche distruggendo tutto ciò che sapevamo degli indiani, ma allo stesso tempo ricordandocene la funzione del "west" cinematografico classico: nella serie, hanno più l'aspetto di alieni, di fantasmi estranei più che di esseri umani. Loro stessi del resto sono definiti "Nazione Fantasma" perché fantasmi lo sono sul serio, sono un fastidio o un incubo, a partire da Akecheta, che da tranquillo e pacifico membro di una tribù di agricoltori nomadi viene modificato per diventare un feroce capo guerriero. Un pò come successe a Geronimo, uno dei più celebri nemici dei Visi-Pallidi.

I suoi ricordi, il voler recuperare l'amore con la sua compagna, ciò che era prima, il trovare un posto per la sua gente, altro non sono che metafore del terribile fato subito dai nativi, costretti dai coloni bianchi a diventare mostri, poi a civilizzarsi, a scappare, a non sapere più chi sono o cosa ci fanno lì. E la cui salvezza è dipesa solo dal benestare di quel Ford, che per loro è il Grande Spirito.

Altro elemento interessante di Westworld sono gli asiatici: molti hanno trovato spiazzante l'intrusione del mondo dei Samurai, in realtà poi rivelatosi per diversi aspetti sostanzialmente una "copia" dell'iter narrativo western. Nella narrazione western gli asiatici (cinesi soprattutto, ma non solo) erano sempre descritti in modo caricaturale, come leccapiedi, macchiette, chiusi in una ridicola parlata.

Qualcosa che era stato interrotto da Sole Rosso, spaghetti western di Terence Young, con Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress e Toshiro Mifune. Una sorta di buddy movie in cui per la prima volta, vedevamo un samurai nell'ovest selvaggio. Un caso quindi? No.

Perché come in quel film del 1971, anche in Westworld vi è una sorta di "uguaglianza" oltre le apparenze, che fa si che Oriente ed Occidente abbiano in fondo abitanti che sono uguali, non solo perché cloni, ma perché soggetti a linee narrative che poi sono le stesse della Storia. Quella dell'umanità, quella che si ripete nei secoli dei secoli. E che ha sempre reso pari uomini e donne nelle loro passioni, desideri, vendette ed ambizioni, bypassando razze, religioni e continenti.

Se state seguendo i nuovi episodi, qui la recensione dei primi 4 episodi di Westworld.